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Troppo presto…troppo tardi (leggende logopediche metropolitane)

Una domanda che ci viene frequentemente posta durante i nostri corsi è a che età avviano la logopedia i bambini che seguiamo. È così evidente che il lavoro sulla comunicazione e sul linguaggio dovrebbe iniziare il più precocemente possibile; questo ovviamente non significa dover mettere il bambino a tavolino, ma adattarsi e lavorare sulle abilità comunicative e linguistiche in modo motivante, coinvolgente e adeguato all’età.

Quando questa domanda ci viene posta, purtroppo la risposta non è quella che vorremmo dare. La realtà è che i bambini arrivano da noi mediamente dopo i 5 anni, soprattutto quando siamo nell’ambito dei Disturbi dello Spettro Autistico,

5 anni sono proprio tanti! Eppure per tutti questi anni i bambini sono stati esposti alla comunicazione e al linguaggio, magari senza avere la possibilità di capire e di dare significato a questi preziosi scambi. E quante occasioni perse per imparare ad essere dei comunicatori più efficaci… quanta frustrazione!

4950117113_21c80ba6d8_bA questo proposito tutti gli specialisti coinvolti dovrebbero condurre una seria riflessione: i medici (i pediatri, per i quali è sempre troppo  presto, i foniatri, i neurospichiatri…) che dopo aver diagnosticato un disturbo del linguaggio o della comunicazione, inviano i bambini alla psicomotricità; gli psicomotricisti che non chiedono il supporto di specialisti del linguaggio e della comunicazione; e infine noi logopedisti, che nel corso del tempo abbiamo contribuito significativamente a creare “La leggenda dei bambini non ancora pronti per la logopedia”.

Proprio di questa leggenda ci parla la Dott.ssa Silvia Magnani, in questo interessante articolo.

Vi invitiamo a leggerlo. Invitiamo tutti i colleghi ad una seria riflessione.

Ci auguriamo, nel giro di pochi anni, di poter cambiare la nostra risposta.


False credenze. Prima puntata

Dell’autismo si sa poco di certo, quindi  c’è spazio per una serie di teorie, alcune con una base scientifica più convincente, altre molto vicine alla ciarlataneria.

Fra le diverse ipotesi sulle cause di insorgenza dell’autismo, quella che legava il manifestarsi del disturbo alla somministrazione del  vaccino polivalente (morbillo-rosolia-parotite) sembrava avere fondamenti scientifici solidi: il Dr. Andrew Wakefield e altri 12 medici inglesi nel 1998 avevano pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet un lavoro di ricerca in cui si  “dimostrava” una correlazione fra la somministrazione del vaccino e l’avvio del fenomeno regressivo tipico dell’autismo.

Grazie al paziente lavoro di indagine di un giornalista – Brian Deer – la frode è stata smascherata: i dati erano palesemente falsificati tanto che a parte Wakefield, gli altri firmatari dell’articolo (medici curanti dei 12 bambini oggetto dello studio) hanno ritrattato e ritirato la firma, così come  Lancet che ha fatto ammenda dichiarando che il lavoro conteneva “errori fatali”.

Sono emersi anche importanti risvolti economici: Wakefield, guarda caso poco prima della pubblicazione del lavoro, aveva depositato un brevetto per un vaccino singolo per il morbillo ed ha ricevuto direttamente o attraverso la società della moglie, quasi mezzo milione di sterline di finanziamento per la ricerca su autismo e vaccini.

Nel 2010, alla conclusione dell’inchiesta, Wakefield è stato radiato dall’ordine dei medici britannico (pur avendo trovato accoglienza e ancora un certo favore negli USA).

Questa sconcertante vicenda suscita molte riflessioni, ma la cosa a cui ho pensato immediatamente dopo aver sentito questa notizia è l’enormità di sensi di colpa che le famiglie, soprattutto le mamme, hanno dovuto ancora una volta sopportare. Le mamme frigorifero di Kanner evidentemente non hanno insegnato molto.