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in-FORMIAMO! Un corso sull’autismo per noi logopedisti

Janod

Ci capita sempre più spesso di essere inviate a parlare del nostro lavoro a insegnanti, genitori, educatori, psicomotricisti, psicologi e neuropsichiatri che si occupano di disturbi dello spettro autistico. Solitamente i colleghi logopedisti in queste occasioni sono assenti, o costituiscono in ogni caso una minoranza. In passato è successo anche che ad un corso sulla comunicazione attraverso le strategie visive, tenuto da una bravissima collega, fossimo gli unici logopedisti presenti tra un centinaio di partecipanti!

Janod

Da tempo sentiamo la necessità di incontrare colleghi logo, per riuscire una buona volta a parlare liberamente la nostra lingua! E soprattutto per raccogliere pareri e perplessità su quanto proponiamo e sui piccoli traguardi che ci sembra di aver raggiunto. Ma anche per la curiosità di capire: che cosa frena, preoccupa, spaventa i tanti colleghi che preferiscono lasciare che se ne occupino altri (altri logopedisti o altre figure professionali, come diciamo da tempo)?

La Nuova Artec della dott.ssa Silvia Magnani e la ALL (Associazione Logopedisti Lombardi), ci hanno dato l’opportunità di presentare il nostro lavoro nell’ambito di un corso di formazione ecm dal titolo L’intervento logopedico nei disturbi dello spettro autistico. Si tratta di un corso di due giornate (18 e 19 novembre); il programma prevede,  oltre ad un intervento della dott.ssa Magnani sulla comunicazione non verbale, attività pratiche nelle quali mettere subito in campo gli strumenti che cercheremo di condividere (per i dettagli tecnici  www.nuovaartec.it).

Siamo impazienti di conoscere, o di rincontrare, colleghi motivati a condividere con noi questa sfida, sperando davvero che, mettendo a disposizione le nostre competenze, frutto di studio ed esperienza, e le nostre “invenzioni”, si dia il via alla creazione di una rete di logopedisti appassionati a questi temi.

Vi aspettiamo!

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Bilancio logopedico e autismo: la GRASC

Le difficoltà comunicative  sono centrali nei Disturbi dello Spettro Autistico. Le manifestazioni di queste difficoltà sono però molteplici: ci sono bambini che non sviluppano il linguaggio verbale, altri che lo sviluppano, ma non lo utilizzano in modo adeguato.

Alcuni bambini non verbali si trovano a proprio agio con altre forme di comunicazione, come i gesti o l’utilizzo di ausili visivi, e non appena  questi sono resi disponibili apprendono ad utilizzarli per comunicare senza difficoltà; per altri invece nemmeno gli ausili sono sufficienti e continuano ad essere poco o per nulla comunicativi.

Ci sono bambini che hanno sviluppato il linguaggio raggiungendo un buon livello, ma in situazioni particolari, quando si trovano a dover fare delle richieste, a chiedere aiuto o a rifiutare qualcosa di sgradito, non riescono ad utilizzare il linguaggio, ricorrendo a forme gestuali o motorie.

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Psicomotricità palestra della logopedia?

"Questo paziente è miooooooo!!!!"

Lo psicomotricista è sicuramente una delle figure professionali con la quale il logopedista si trova più spesso a collaborare.  Abbiamo incontrato diversi professionisti veramente in gamba e seri, con i quali è stato (ed è) bello lavorare, perché hanno dimostrato di avere un’attenzione particolare alla comunicazione e all’intersoggettività; un’attenzione maggiore di quella che possiedono molti colleghi logopedisti. È sempre interessante e produttivo lavorare in équipe con questi professionisti, perché il loro e il nostro punto di vista spesso si integrano e si completano, consentendoci di lavorare al meglio con il paziente. Questa premessa per sottolineare che non abbiamo nulla contro i colleghi psicomostricisti e contro il loro lavoro, il quale risulta indubbiamente indispensabile per molti bambini.

Ciò che non ci piace, invece, è la tendenza, ahimè piuttosto consolidata, a considerare la psicomotricità come una sorta di “palestra della logopedia”: se il bambino “non è pronto” facciamogli fare ancora un po’ di psicomotricità!

Questo avviene sia con bambini che hanno effettivamente avuto bisogno di un percorso di questo tipo, ma anche con bambini con disturbo specifico del linguaggio. Mi è capitato spesso di sentire di bambini con un grave disturbo specifico del linguaggio inviati da psicomotricisti piuttosto che da logopedisti, o ancor peggio di bambini che hanno iniziato un percorso di logopedia, fatti tornare alla psicomotricità, interrompendo il trattamento logopedico. Spesso (gravissimo!!!) su richiesta dello stesso logopedista che trova il bambino poco collaborativo e troppo chiuso.

Bisognerebbe aver sempre presente che un grave disturbo del linguaggio compromette inevitabilmente la comunicazione, rendendo questi bambini “chiusi” e che evidentemente metterli di fronte a ciò che per loro è più difficile li rende poco collaborativi. Tuttavia calibrando le richieste, evitando di partire da obiettivi troppo alti e cercando di rendere piacevole il nostro lavoro con proposte ludiche ( perché anche da noi si può giocare e divertirsi!) è possibile lavorare con questi bambini. Ci vuole pazienza, certo!!!

Il fatto è che se un bambino ha un disturbo del linguaggio o della comunicazione ha sicuramente bisogno di un intervento mirato. Sicuramente il tempo passato con lo psicomotricista non è sprecato, ma lo è il tempo che passa senza lavorare sul linguaggio!

Forse anche in questo caso noi stessi non ci aiutiamo, non difendendo, come al solito, la specificità del nostro lavoro! Gli esperti del linguaggio e della comunicazione siamo o non siamo noi?!?

A tal proposito ci sarebbe un altro aspetto da affrontare:  abbiamo incontrato alcuni psicomotricisti che somministrano test sul linguaggio, spesso spinti dai neuropsichiatri infantili. Questo non dovrebbe succedere. In una nota facoltà di Psicologia a Milano si dice che non spetterebbe a noi fare test sul linguaggio, ma agli psicologi: forse gli psicomotricisti sono più bravi?

Vogliamo che la nostra specificità venga rispettata.


Logopedia e cinema IL DISCORSO DEL RE

locandinaHo visto il film “Il discorso del re”; già da qualche tempo per la verità perché alcuni miei amici mi avevano già detto che era molto piacevole e confermo: è proprio un bel film!

Ovviamente però la curiosità maggiore stava nel fatto che – caso rarissimo  nella storia del cinema – uno dei protagonisti è un logopedista.

Si tratta di una storia vera, quindi fu proprio Lionel Logue, l’eccentrico australiano appassionato di Shakespeare,  che con metodi poco ortodossi e con scarsissimo rispetto dell’etichetta, aiutò Giorgio VI a superare la propria balbuzie. Il re suo malgrado, salito al trono dopo che il fratello aveva abdicato per sposare Wallis Simpson, riuscirà a pronunciare in modo convincente  il discorso alla nazione in occasione dell’entrata in guerra della Gran Bretagna contro la Germania hitleriana. E tutto questo grazie alla LOGOPEDIA!

Temo però che questo logopedista non faccia del tutto un buon servizio alla categoria: viene descritto come un personaggio pittoresco, senza titoli accademici ma con grande pratica sul campo (aveva iniziato  aiutando i reduci della prima guerra mondiale a superare lo shock bellico) che con metodi bizzarri ottiene il risultato.

Questa idea, purtroppo, è quella che corrisponde più spesso a quella dei nostri utenti. E ancora più purtroppo, a volte siamo proprio noi logopedisti a sostenere, con i nostri comportamenti non professionali, questa idea.

Oggi, contrariamente agli anni trenta, i riferimenti scientifici ci sono e noi, al meglio della nostre possibilità, dobbiamo agire secondo scienza e coscienza. E se, come spesso capita  per l’autismo – e forse la balbuzie -, la scienza ancora vacilla, dobbiamo, sempre secondo scienza e coscienza, scegliere la teoria che ci pare più plausibile in base alla nostra esperienza, e a quella ispirare i nostri sforzi terapeutici.

Se procediamo in modo diversi, procuriamo un danno innanzitutto al paziente e poi sicuramente anche a noi e alla nostra categoria.

Insomma, speriamo che il prossimo logopedista cinematografico sia un logopedista un po’ più moderno…

LaSì


“(Lo) senti chi parla?” …e se non lo sento?

Il 6 marzo sarà la Giornata Europea  della Logopedia 2011. Dedichiamo un post a questo evento che ci rende orgogliose e ci fa sentire unite ai nostri colleghi, italiani e europei, e ci ricorda quanta strada la nostra professione abbia fatto negli ultimi vent’anni.

Come di consueto, anche in questa occasione è stato istituito un filo diretto con i Logopedisti dal 7 all’11 Marzo dalle ore 10.00 alle 12.00 allo 049 8647936.

Peccato, abbiamo subito pensato, che si sia pensato solo agli utenti udenti, proprio in una giornata europea della logopedia (e qui le lettere maiuscole sono diventate minuscole!) dedicata alla sordità. Si sarebbe potuto infatti inserire un numero di cellulare per rispondere ad un sms, oppure istituire una casella di posta elettronica dedicata a chi non può fare una telefonata (è vero, sulla locandina c’è l’indirizzo di posta elettronica della FLI, ma simbolicamente non è la stessa cosa).

Peccato, continuiamo a pensare, che si sia persa l’occasione per manifestare con forza la nostra attenzione, da logopedisti, ma ancor prima da persone, al mondo di quanti non sentono. Quelli che non sentono chi parla si infuriano ogni volta che leggono: “per informazioni chiamare il numero …”, soprattutto oggi che, a differenza di un tempo, possono contare nella loro quotidianità di strumenti tecnologici di comunicazione sempre più avanzati.

Che occasione persa: oggi che in molte regioni di Italia, Lombardia compresa, non siamo ancora riusciti ad ottenere i numeri di emergenza per le persone sorde, avremmo dato, almeno noi che il mondo dei sordi lo conosciamo, il buon esempio!

Occasione persa o brutta figura?

Per maggiori informazioni consigliamo di visitare il sito della Federazione Logopedisti Italiani (www.fli.it), per apprezzare il buon lavoro dei colleghi, ma anche per far sentire la vostra voce a questo proposito.


Logopedisti o “aggiusta-fonemi”?

PCS di Mayer-Johnson

Ci capita  spesso di  essere  contattate da famiglie, o da altri operatori perchè non sanno come fare per i “problemi di pronuncia” del bambino, in particolare del bambino autistico o con disturbo pervasivo dello sviluppo. “Come faccio ad insegnargli la S?” – “Non mi dice la L.”

Si tratta di un equivoco antico, che riguarda la professione del logopedista in generale, più che la terapia specifica per l’autismo. Vero è che siamo “nate” come ortofoniste (è ancora oggi è così che si chiamano le nostre colleghe francesi). Anche per gli anglosassoni siamo Speech Therapist , quindi specialisti dell’eloquio: nei simboli PCS (Picture Communication Symbols) dell’americana MayerJohnson (www.mayerjohnson.com) il logopedista è rappresentato con il suo strumento “elettivo” di lavoro: lo specchio! Quando va meglio ci sono anche delle carte, ovviamente da denominare correttamente!

La nostra area di intervento invece, e per nostra fortuna, è molto più ampia: siamo specialiste della comunicazione e del linguaggio (verbale o meno).

La differenza è sostanziale: soprattutto perché l’equivoco può talvolta indurre alcuni, come è già capitato, a pensare che il bambino che non parla abbia un linguaggio “interiore” a cui noi non accediamo per una sua incapacità ad articolarlo. Se così fosse basterebbe uno specchio, le famose prassie linguobuccofacciali, qualche magico strategemma di cui il logopedista è detentore privilegiato, e il gioco è fatto.

Il linguaggio, non è solo parola, e non è affatto detto che l’articolazione sia l’unico ostacolo comunicativo che gli altri operatori (educatori, psicomotricisti, supervisori ABA) non sono in grado di superare: siamo veramente sicuri che di tutto il resto (comprensione verbale, competenze morfosintattiche, abilità lessicali, competenza pragmatica e comunicativa) qualcuno si stia già occupando?

Così, quando arriva un bambino con la richiesta di “aggiustare qualche fonema”, abbiamo il brutto vizio di fare un bilancio logopedico completo, di valutare cioè il linguaggio e la comunicazione nei suoi vari aspetti; sia che ci si trovi di fronte ad un problema di linguaggio conclamato e diagnosticato, come nell’autismo, sia che si tratti di un bambino che sta finendo la scuola dell’infanzia e si prepara all’ingresso in scuola primaria (in questo caso il bilancio comprende anche la valutazione dei prerequisiti per l’apprendimento della letto-scrittura).

In altre parole, nel lavoro di rete che ci viene richiesto, così come nelle consulenze agli interventi ABA, possiamo, lo speriamo, mettere in gioco tutte le nostre competenze su comunicazione e linguaggio, e non solo quelle di “aggiusta-fonemi”!


PARLARE o COMUNICARE…questo è il dilemma!

Il nostro amico G. è un bambino di 7 anni con diagnosi di Disturbo Pervasivo dello Sviluppo, verbale…molto verbale. Un giorno leggendo incontriamo la parola “nato” e lui non ne conosce il significato. Dopo un’adeguata spiegazione G. ha capito, allora gli viene chiesto “E tu…quando sei nato?”. “Bè…non so”. “Quando compi gli anni?”. “Non mi ricordo”. G. sembrava molto frustrato di fronte a questa dimenticanza. “Sicuramente tuo papà si ricorda il giorno in cui sei nato…” (il padre era presente). G:“Bè…sì…”. “Papà te lo può dire…”. G:“Già…”. Il padre: “Sì, io lo so”. G:“…” .”G. puoi chiedere a papà quando sei nato…”. “Sì…” alzandosi dalla sedia. Il padre confessa che a molti compagni di scuola G. può sembrare un bambino disinteressato e poco educato.
Un altro nostro amico si chiama M., ha 5 anni e finalmente è verbale! Ora può chiedere “ Dammi un pennarello rosso” invece di indicare o prendere la mano dell’interlocutore e portarla verso ciò che vuole. Ma la logopedista non si accontenta: se lui lo chiede rosso lei lo consegna blu… M. guarda dubbioso il pennarello, poi gli altri pennarelli. “Va bene M.?” M.:”…” “è rosso questo pennarello?”. M. non dice niente e continua a colorare.
Una volta abbiamo visto un bambino mangiare dei cracker pur non gradendoli, perché non sapeva come dire di no.
Molti dei nostri bambini, anche verbali, rinunciano ai loro intenti perché non hanno strategie per comunicarli: non sanno come richiedere, non sanno come chiedere aiuto, non sanno come rifiutare.
Saper parlare dunque significa saper comunicare? Secondo noi, evidentemente no.
Questi bambini hanno bisogno di un intervento logopedico? Secondo noi sì. E secondo voi?

P.S. Il DM 14/09/1994 che definisce il nostro profilo professionale afferma che il logopedista svolge la propria attività nella prevenzione e nel trattamento riabilitativo delle patologie del linguaggio e della comunicazione in età evolutiva, adulta e geriatrica. È sempre così?


Siamo o no logopedisti? Parliamo(ne)!

"The gossips" di Norman Rockwell

Stiamo costruendo questo spazio per condividere i pensieri che ci stanno più a cuore della nostra stupenda professione.
Siamo tre logopediste. Viviamo fianco a fianco molte delle nostre sfide quotidiane. Abbiamo scelto di occuparci anche di autismo e grazie a questo ci siamo innamorate ancor più della comunicazione.
Ci sembra di aver qualcosa da dire su quanto abbiamo scoperto in questi ultimi anni e su quanto sia cambiato il nostro modo di lavorare.
Abbiamo costruito materiale che vorremmo condividere e la voglia di raccogliere commenti ed esperienze è tanta.
Vorremmo cominciare da un semplice blog come questo per costruire una rete di “logo” appassionati a questi temi: progetto troppo ambizioso?!
A presto!