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Troppo presto…troppo tardi (leggende logopediche metropolitane)

Una domanda che ci viene frequentemente posta durante i nostri corsi è a che età avviano la logopedia i bambini che seguiamo. È così evidente che il lavoro sulla comunicazione e sul linguaggio dovrebbe iniziare il più precocemente possibile; questo ovviamente non significa dover mettere il bambino a tavolino, ma adattarsi e lavorare sulle abilità comunicative e linguistiche in modo motivante, coinvolgente e adeguato all’età.

Quando questa domanda ci viene posta, purtroppo la risposta non è quella che vorremmo dare. La realtà è che i bambini arrivano da noi mediamente dopo i 5 anni, soprattutto quando siamo nell’ambito dei Disturbi dello Spettro Autistico,

5 anni sono proprio tanti! Eppure per tutti questi anni i bambini sono stati esposti alla comunicazione e al linguaggio, magari senza avere la possibilità di capire e di dare significato a questi preziosi scambi. E quante occasioni perse per imparare ad essere dei comunicatori più efficaci… quanta frustrazione!

4950117113_21c80ba6d8_bA questo proposito tutti gli specialisti coinvolti dovrebbero condurre una seria riflessione: i medici (i pediatri, per i quali è sempre troppo  presto, i foniatri, i neurospichiatri…) che dopo aver diagnosticato un disturbo del linguaggio o della comunicazione, inviano i bambini alla psicomotricità; gli psicomotricisti che non chiedono il supporto di specialisti del linguaggio e della comunicazione; e infine noi logopedisti, che nel corso del tempo abbiamo contribuito significativamente a creare “La leggenda dei bambini non ancora pronti per la logopedia”.

Proprio di questa leggenda ci parla la Dott.ssa Silvia Magnani, in questo interessante articolo.

Vi invitiamo a leggerlo. Invitiamo tutti i colleghi ad una seria riflessione.

Ci auguriamo, nel giro di pochi anni, di poter cambiare la nostra risposta.


L’intervento logopedico nell’Autismo…a parole nostre!

Negli ultimi 15 anni, il logopedista è diventato una figura professionale sempre più coinvolta nella presa in carico delle persone con Disturbo dello Spettro Autistico.

Nuova Artec organizza ogni anno, dal 2011, un corso rivolto ai logopedisti sull’Intervento Logopedico nell’Autismo, sulla valutazione e il trattamento del linguaggio e della comunicazione.

Quest’anno il corso raddoppierà e sarà per la prima volta organizzato in due moduli, di due giornate ciascuno: questo per dare maggior spazio alle recenti esperienze e alla presentazione di nuovi strumenti per la valutazione e il trattamento, mantenendo il taglio pratico dei corsi degli anni precedenti (visione di filmati e esercitazioni individuali e di gruppo).
Il corso sarà tenuto da due logopediste, Maria Federica Montuschi Valentina Crippa, dello studio logopedico Parole Tue, e verrà introdotto da un intervento della dott.ssa Silvia Magnani sulla comunicazione non verbale.
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Comunicazione interrotta

Abbiamo visto bambini essere richiamati dai genitori nelle varie stanze senza un perché e ricevere per questo rinforzi sociali: “Bravo Davide che sei venuto in cucina!”.Si, in cucina, ma… per? Mi verrebbe da chiedere se fossi Davide: “Perché mi hai chiamato? Per fare cosa? Cosa succederà dopo?” Sarebbe come se ricevessimo una telefonata: “Pronto?!” E dall’altro capo qualcuno rispondesse: “Bravo, come sei stata bravo a rispondere!” e interrompesse la comunicazione. 2919a48032d69a0fee5eb25b10cc814dEcco cosa può succedere quando vengono individuati obiettivi da insegnare, senza tener conto del significato della comunicazione, in questo caso “ottenere la risposta alle istruzioni a distanza”. Ecco cosa rischiamo quando applichiamo un protocollo, quando applichiamo un metodo senza una preparazione e un’attenzione alla comunicazione. Se al centro si mette il metodo, la persona che abbiamo davanti si trasforma in un elenco di abilità più o meno raggiunte. E non si parla più. Le uniche voci che rimangono sono quelle da compilare e il bambino che abbiamo davanti resta un bambino interrotto.


Occhi per pensare

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Amedeo Modigliani, Jeanne Hebuterne

Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare. (Siracide 17, 10)

Continua la nostra riflessione su pensiero visivo e comunicazione. Siamo logopediste fortunate: continuiamo a fare incontri interessanti che arricchiscono di nuove scoperte e pensieri nuovi il nostro lavoro quotidiano.

Siamo partiti da un’idea condivisa da molti: che il linguaggio verbale da solo spesso non sia sufficiente a veicolare messaggi diretti alle persone con autismo, e che le immagini (o i segnali visivi in genere) più di ogni altro mezzo sostengano il significato che vogliamo trasmettere. Ma quali sono i supporti visivi che il bambino comprende in modo quasi istintivo (senza doversi concentrare troppo) nelle situazioni complesse di tutti i giorni? Quali immagini sono per lui immediatamente significative? Hanno bisogno di essere apprese collegandole ad un contesto o le possiamo utilizzare in modo disinvolto ed efficace anche “a prima vista”?

Avevamo già trovato le risposte adatte a ciascuno, raccolte un po’ empiricamente (provandoci), nella nostra pratica clinica. Era difficile per noi tradurre la pratica in indicazioni generali che potessero guidare il logopedista alla scelta di questo o quel supporto visivo (oggetto, carta, simbolo, foto…) per la comunicazione quotidiana.

Abbiamo utilizzato Immaginario in modo molto diverso con ciascun bambino, ragazzo o adulto, in modo creativo ma poco sistematico, sapendo che in alcuni casi le foto sarebbero servite più dei simboli, o che la disposizione verticale e in sequenza dell’agenda poteva non essere sempre significativa, o che girare la carta al termine dell’attività per alcuni era meno efficace del simbolo della spunta (che lascia visibile l’attività appena conclusa).

A dicembre abbiamo avuto la fortuna di partecipare al corso organizzato a Concorezzo da Cascina San Vincenzo e Hogrefe e abbiamo così incontrato per la prima volta la dott.ssa Cristina Menazza, psicologa di Padova, traduttrice dell’edizione italiana del test ComFor (Hogrefe). Ci siamo sentite immediatamente di aver raccolto lo stesso bisogno delle persone con autismo, di cui il test costituisce una prima risposta: attribuire significato alla realtà e alla comunicazione. Il test consente di stabilire il livello di attribuzione del significato da parte del bambino ai supporti visivi e di scegliere quale formato utilizzare per la comunicazione visiva, in particolare per quella in entrata. Operare questa prima valutazione con maggior sistematicità ci permette di individuare in modo più preciso e individualizzato le migliori strategie visive per la comunicazione, risparmiando tempo ed evitando inutili insuccessi.

E da allora il ComFor, strumento di facile applicazione che arricchisce e completa la borsa degli attrezzi del logopedista che si occupa di autismo e di disabilità intelletive, ci sta permettendo di procedere in modo più puntuale nell’individuare i possibili utilizzi di Immaginario. Nei prossimi mesi concluderemo un primo studio sulla correlazione tra i due strumenti.

L’incontro tra ComFor e Immaginario ha iniziato a dare i suoi frutti. A Milano, il 13 e il 14 settembre, Hogrefe, con il Dosso Verde di Milano e Parole Tue, organizza il primo corso di due giornate dedicate a ComFor e Immaginario (programma e iscrizione). Sarà una buona occasione per ripartire dal concetto fondamentale del significato: le strategie visive devono essere comprese perché possano trasmettere significati (il ComFor ci aiuta a scegliere quali utilizzare e in che modalità) e nello stesso tempo, utilizzate nella quotidianità (Immaginario ci permette di farne un uso intensivo nei contesti di vita), aiutano ad organizzare i significati della realtà che spesso non riescono a passare dalla parola, ma vengono riconosciuti con gli occhi. E ogni bambino ha occhi diversi per pensare.

Vi aspettiamo numerosi!

 

 


Parlare con le immagini

di Angelo Ruta da http://www.angeloruta.com

Le parole, dille… con parole tue! Che siano scritte, dette, segnate, disegnate, indicate, consegnate, mimate, purché siano comunicate!

Offriamo spesso il supporto visivo come possibilità di comunicare, in particolare nei disturbi dello spettro autistico.

L’immagine non inibisce la comparsa del linguaggio verbale, ma la sostiene, la incoraggia, spesso è l’unico mezzo a renderla possibile. Lo abbiamo toccato con mano raccogliendo gli atti comunicativi spontanei con la GRASC: bambini scarsamente verbali, pur avendo a disposizione le foto di tutto il materiale, utilizzano in percentuali molto alte il linguaggio verbale, più immediato, economico, che probabilmente costituisce la forma maggiormente stimolata dal contesto, familiare e non.

Ancor più sorprendente è il confronto tra due campioni di comunicazione dello stesso bambino, raccolti a distanza di un anno: le percentuali della forma verbale crescono avvicinandosi anche all’80% in più di un caso.

Parliamo di bambini che hanno avuto accesso al canale verbale molto tardi, per i quali purtroppo, nonostante questa preferenza per il verbale, rimane il problema dell’intelligibilità, aggravato dalle difficoltà che riguardano la prosodia.

Alcuni programmi di Comunicazione Aumentativa Alternativa, una volta che il bambino ha imparato a esprimere una richiesta indicando o consegnando una carta (ad esempio acqua), prevedono la combinazione di due carte, spesso introducendo un verbo (ad esempio voglio acqua). Questa espansione non migliora di molto la funzione e l’efficacia dell’atto comunicativo; tuttavia, costituendo il linguaggio visivo un grosso supporto per quello verbale, se il bambino scarsamente intelligibile aggiunge il voglio alla sua richiesta verbale, già poco chiara, questo aumento  potrebbe costituire un ostacolo all’efficacia comunicativa del suo atto, proprio perché potrebbe peggiorarne l’intelligibilità.

Questa riflessione, nata da una recente suggestione, ci suggerisce un approfondimento su questo tema: chi lavora con la comunicazione alternativa aumentativa nell’autismo, solitamente l’educatore, lo psicomotricista o lo psicologo, nel momento in cui emerge il linguaggio verbale e viene preferito ad altre forme espressive, manca di una competenza specifica che la figura del logopedista può e dovrebbe  portare all’équipe che opera scelte importanti per il bambino.

Ci piacerebbe sapere cosa ne pensate!


Apriamo quella porta

Troppo spesso il lavoro del logopedista rimane chiuso nelle quattro pareti della stanza di terapia. Settimana dopo settimana il lavoro prosegue, il bambino ( a volte )migliora , ma i genitori non sanno cosa succede all’interno.  Altre volte, e questo in maniera particolare per i bambini autistici, i genitori vedono i progressi solo nell’ambito della terapia, ma a casa il bambino sembra sempre lo stesso. Essi continuano a non capire come comunicare con il bambino e come incentivare la sua comunicazione e il linguaggio. E lo stesso avviene a scuola: il bambino è completamente diverso da come appare in terapia, abilità che sembravano consolidate in trattamento non vengono generalizzate. Spesso, purtroppo, le insegnanti lavorano in direzione completamente diversa dalla nostra e non sono supportate nella ricerca e nella messa in atto di strategie adeguate. Gravissimo quando ciò si verifica tra i diversi terapisti che possono aver in carico il bambino.

Tutto questo avviene quando la terapia (non solo quella logopedica) viene vissuta come un momento a sè stante, necessario per incrementare le abilità del bambino, ma indipendente dai contesti di vista di quest’ ultimo.

Evidentemente un lavoro di questo tipo manca inevitabilmente di efficacia, specialmente proprio per l’autismo, nel quale il deficit di intenzionalità comunicativa, l’eventuale presenza di comportamenti problema e le difficoltà di generalizzazione rendono necessario un lavoro il più possibile condiviso e calato nei contesti di vita del bambino.

Nella pratica ciò si traduce sicuramente con un attento lavoro di rete tra famiglia, scuola e specialisti, che prevede la condivisione costante di obiettivi e strategie, ma non solo.

È necessario raccogliere i bisogni e le difficoltà che emergono nei contesti di vita del bambino e partire proprio da lì. È necessaria una completa condivisione del percorso logopedico con i genitori: solo rendendoli partecipi è possibile renderli più consapevoli della natura delle difficoltà del proprio figlio, ma anche delle sue potenzialità e fornire loro delle competenze e delle strategie importanti per comunicare efficacemente con lui. Questo non per farli divenire a loro volta terapisti, ma per metterli nella condizioni di poter comunicare adeguatamente con il loro bambino e permettere a questo di generalizzare le abilità apprese o incrementate in terapia.

Il logopedista non può e non deve mai  dimenticarsi che non si può considerare superato un obiettivo senza verificare che sia generalizzato e che ci siano effettivi riscontri nella quotidianità del bambino.

Il nostro lavoro deve essere il più possibile ecologico, tenendo sempre in considerazione le necessità del bambino relative ai suoi contesti di vita.

Evidentemente tutto ciò rende il percorso più difficoltoso e il nostro lavoro più duro, ma ancora una volta si tratta della via più efficace per ottenere risultati tangibili.